Ancona: scappa dalla comunità e torna a casa

Pubblicato Gio. 27/04/2017 - 17:21
Ancona: scappa dalla comunità e torna a casa

I servizi minacciano l'uso della forza pubblica. Era stato tolto per maltrattamenti dimostratisi infondati. Non poteva tornare a casa perché "dice le bugie". CCDU: subito inchiesta per capire le responsabilità.

Ancona. Ieri un ragazzo di Macerata di 16 anni è scappato dalla comunità dove era rinchiuso da quasi tre anni.

Una volta a casa si è rifiutato di tornare in comunità. A quel punto il padre ha avvertito immediatamente la comunità e i servizi sociali chiedendo aiuto per suo figlio.

La famiglia riferisce che l'assistente sociale si è rifiutata di venire a casa per parlare con il ragazzo, aiutarlo e capire le ragioni del suo gesto; e invece ha minacciato di far intervenire la forza pubblica per riportare coattivamente il ragazzo in comunità.

L'avvocato della famiglia, Francesco Miraglia del foro di Roma, ha mandato prontamente le comunicazioni di rito in merito all'accaduto, ma non ha ancora ricevuto una risposta:

"Tengo a sottolineare come, senza generalizzare, questa sia l'ennesima dimostrazione che i nostri servizi sociali se funzionano, funzionano male.

Per anni i genitori hanno tentato di confrontarsi con le autorità e i servizi sociali referenti, per anni non sono stati considerati come genitori interessati alle esigenze del figlio.

Oggi, dopo che l'operato dei servizi è stato sconfessato dalla fuga del ragazzo, continuano a negare il problema e le richieste del minore, e si affidano alla forza pubblica.

È incredibile che il servizio sociale, dopo aver gestito per anni la vita dei miei assistiti e del figlio, chiuda la vicenda senza porsi il minimo interrogativo."

La vicenda inizia alcuni anni fa quando l'attuale tutrice del ragazzo, un'avvocata locale molto impegnata nel sociale, accompagna il ragazzo, allora tredicenne, presso le forze di pubblica sicurezza dove il minore sporge denuncia per maltrattamenti in famiglia.

La famiglia non trova più il figlio ed è sconvolta. Non sa neppure dove sia. Anche tutto il vicinato è incredulo: i parenti, gli amici, gli insegnanti, i compagni di classe e persino l'allenatore si offrono di parlare con il giudice, ma non vengono convocati.

In seguito le accuse di maltrattamento decadono ma, come ci dice il padre, il giudice non rimanda a casa il bambino perché "dice le bugie" (come se fosse l'unico!). Nessuno sembra stupirsi della bizzarra coincidenza per cui il trattamento medico per le bugie sia l'allontanamento dalla famiglia - lo stesso identico metodo utilizzato per proteggere il minore da presunti maltrattamenti.

Il ragazzo continua a essere trattenuto in comunità contro la sua volontà, e le sue ripetute richieste di tornare a casa vengono ignorate.

Inoltre, sebbene le accuse di maltrattamenti siano cadute, incredibilmente la famiglia non riesce nemmeno a incontrare il figlio per circa due anni. In seguito inizia un regime di visite "da carcere duro" con incontri protetti di poche ore al mese.

E già nel corso della prima visita dopo due anni di lontananza, il ragazzo scrive una lettera accorata al padre in cui dimostra tutto il suo affetto per lui e la famiglia e ribadisce con forza il desiderio di tornare a casa. Ma nessuno lo ascolta.

"La giustizia minorile è stata male influenzata da certi psichiatri e psicologi e da alcune teorie nocive, prive di buon senso e umanità."

Dichiara Paolo Roat Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus, che continua:

"Queste teorie sono alla base di moltissime violazioni dei diritti dei bambini. L'accertamento di disagio psicologico tramite le cosiddette perizie psichiatriche e/o psicologiche è errato perché queste diagnosi, non essendo sostenute da alcun dato oggettivo misurabile, sono per loro stessa natura soggettive, opinabili e, in ultima analisi, caratterizzate da un ampio margine di errore.

L'allontanamento dovrebbe essere un'extrema ratio o, con le parole di un giudice della Corte Suprema inglese, considerato alla stregua di una condanna alla pena di morte: ammesso solo per motivi gravi e accertati.

La soluzione è, piuttosto, allontanare psichiatri e psicologi dai tribunali. Le loro perizie dovrebbero essere considerate come semplici opinioni, atte a disporre un'indagine volta all'ottenimento di prove inoppugnabili, ma non dovrebbero avere, di per sé, valore probatorio.

È ingiusto strappare un bambino ai suoi affetti per motivi così futili."

La fuga e il ritorno a casa rappresentano un estremo tentativo di urlare il disaccordo con i servizi sociali e il suo desiderio di tornare dai genitori, ma i servizi, anziché dialogare, avrebbero preferito ricorrere alla minaccia di ricovero coatto, cosa tipica della peggior psichiatria coercitiva.

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