Bambino in adozione, ma un altro figlio cresce sereno con lei

Bambino in adozione, ma un altro figlio cresce sereno con lei

Paradossale sentenza del Tribunale di Bologna che rende adottabile il figlio sulla sola base delle valutazioni degli operatori socio sanitari che avrebbero considerato impossibile un recupero della genitorialità. Ma ora la mamma ha una casa, un compagno stabile e sta crescendo serenamente un altro bambino.

Bologna. Una mamma si è rivolta a noi poiché il Tribunale ha dichiarato l’adottabilità di suo figlio di soli 6 anni perché secondo gli psichiatri dell’ASL la sua genitorialità sarebbe “irrecuperabile”. Come riportato nel Decreto, secondo questi operatori, gli:

“Elementi di fragilità personale della madre, valutati unitamente alla sua condizione d’instabilità sociale (mancanza di una stabile occupazione lavorativa…), alle gravi carenze nella cura e nel riconoscimento dei bisogni emotivi ed evolutivi di Gino (nome di fantasia) con grave pregiudizio per il benessere psicofisico del bambino, hanno indotto gli operatori socio-sanitari a ritenere impossibile un recupero delle capacità genitoriali da parte della donna in tempi certi, ragionevoli e compatibili con le esigenze del minore…”

L’aspetto kafkiano della vicenda è che la mamma ora ha un compagno affettuoso, una situazione economica stabile e sta crescendo il bambino avuto dal nuovo compagno che è sereno e felice. Quindi alla data del decreto le capacità genitoriali della mamma sono già state pienamente recuperate, eppure sembra che gli psichiatri non se ne siano accorti. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di quella che apparirebbe come una lunga catena di superficialità o incompetenza.

La vicenda inizia alcuni anni fa, quando la mamma si rivolge ai servizi sociali per scappare da un compagno violento. Immediata la soluzione. Mamma e bambino vengono rinchiusi in una casa famiglia e, in seguito agli inevitabili problemi causati da questa vita in cattività, arriva la seconda soluzione: trasferimento in un’altra comunità in cui la situazione peggiora, causando il ritorno alla prima comunità. Nel frattempo però è già partito il rapporto del personale psicologico della seconda comunità, ricco di valutazioni negative sulla capacità della signora di fare la mamma, e si avvia la macchina burocratica.

La mamma si sfoga:

“In questa comunità stavo malissimo, era troppo rigida, niente telefono, nessuna uscita se non accompagnata … volevo andarmene, ma poi c’era lui mio figlio e non potevo abbandonarlo, non l’avrei mai potuto fare. Cresceva così la sofferenza … la mia tensione era arrivata alle stelle ormai. Un giorno … urlai con Gino … venni convocata in ufficio con l’ordine di allontanarmi dalla comunità per qualche giorno.”

Dopo quel periodo terribile la mamma e il bambino tornano nella precedente comunità e, come scrive la mamma, “la vita riprese”. Inizia un progetto e le cose con Gino vanno meglio, ma tutto questo non basta. Nel frattempo le segnalazioni della comunità precedente arrivano in tribunale ed esce un decreto di allontanamento immediato e collocamento in una famiglia affidataria.

“Ero a pezzi, tutto quello che avevo fatto era stato inutile. … Io da quel 26 maggio 2015 non ho più visto mio figlio e neanche più sentito.”

Dopo due anni la mamma sta meglio: ha un nuovo compagno che la sostiene, con un nuovo figlio che, in barba alla presunta incapacità della mamma, cresce bene e felice. La burocrazia, però, lenta e inesorabile come uno schiacciasassi, sembra non accorgersene e continua ad agire in base a un rapporto vecchio di due anni. Viene in mente un commento di Dario Fo che, in una situazione simile, aveva avuto modo di lamentare la spocchia di certi funzionari che “trattano i bambini come fascicoli”. Arriva così la tragica decisione, che decreta l’adottabilità del bambino. La mamma però non si arrende e presenterà ricorso con il noto avvocato Francesco Miraglia del foro di Roma.

“Questa storia è un ennesimo esempio di superficialità e spocchia.”

Sostiene Paolo Roat Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus.

“La mamma non vede il bambino da più di due anni e non è logicamente possibile fare un percorso alla genitorialità senza vedere i figli.

Se non fosse per le terribili conseguenze delle valutazioni di questi psichiatri una persona dotata di un minimo di raziocinio troverebbe ridicolo che una mamma che sta crescendo un figlio sereno e felice venga giudicata irrecuperabile dal punto di vista delle capacità genitoriali, anche perché tale valutazione nasce da una situazione di circa tre anni fa in una condizione di cattività.

Le diagnosi e i pareri psichiatrici, a differenza di quelle di altre branche della medicina, non sono basate su esami scientifici o prove oggettive, eppure vengono accettate acriticamente dai tribunali senza un minimo d’istruttoria.

Questo rovina la vita di migliaia di bambini soggetti a queste decisioni discrezionali e arbitrarie. È ora di dire basta!”