Non vuole la comunità, rinchiusa in psichiatria

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Il tribunale aveva richiesto il suo collocamento in comunità ma lei non voleva andare. Nella civile Italia, trascinata con forza in ospedale e costretta ad assumere psicofarmaci.

Padova. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus ha ricevuto la disperata richiesta di aiuto di una madre, la cui figlia minorenne sarebbe stata portata via di forza in quello che appare di fatto come un Trattamento Sanitario Obbligatorio, con tanto di intervento della forza pubblica.

La mamma, a quanto ci scrive, si reca al lavoro alla mattina per poi presentarsi alle 15.00 presso il Settore Servizi Sociali del Comune di Padova, città dove vive da anni, per un incontro con gli assistenti sociali. Si trova a parlare con il caposettore e con una delle assistenti sociali del Comune, da cui è seguita da tempo. Durante il colloquio apprende sconcertata che sua figlia:

"...in questo momento è prelevata per forza dalla comunità perché deve fare le psicoterapie...".

Alla richiesta di informazioni su dove sarà portata non riceverebbe risposta tranne che:

"...tra due settimane.." sua figlia "...deve essere collocata in una comunità psicoterapeutica" .

A quanto ci comunica, viene anche bruscamente e senza preavviso sfrattata dalla casa di accoglienza in cui era alloggiata (le verrebbe impedito perfino di andare a prendere i propri effetti personali).

"Mentre stavo uscendo dai servizi sociali, ho ricevuto uno squillo al telefono da mia figlia. L’ho subito richiamata, ho chiesto dove sei, lei ha pianto tantissimo...ha detto che  è in  psichiatria all'ospedale Sant'Antonio di via Forcellini [a Padova]."

La ragazza la implora:

"Mamma aiutami , portami via da qui al più presto possibile. Sono senza le scarpe , per favore aiutami, mi tengono qua per sette giorni con psicofarmaci e poi di sicuro mi portano in qualche comunità lontano. Io non ce la faccio più, muoio..." .

Si reca quindi al reparto chiedendo di entrare per salutare la figlia e calmarla (la vede lontano nel corridoio, scalza, mentre la guarda). L'inserviente chiude la porta lasciandola fuori, poi la riapre per dirle qualcosa:

"... ma vedo mia figlia con tutte le sue forze passa la porta e tre uomini e due donne la stanno tirando per forza dentro."

Quindi esce una caposala e le dice che non può fare visita alla figlia, e di rivolgersi ai servizi sociali del comune: l'ospedale ha l'ordine di non farla entrare.

Verso le 19:00 sente di nuovo la figlia al telefono: piange, chiede di farla uscire prima possibile, e riferisce di essere stata costretta ad assumere dei farmaci: una pastiglia bianca, mezza gialla ed un liquido amaro.

La ragazza aggiunge che:

"...non vuole più vivere, non riesce più, le fa girare la testa".

Se quanto riferito fosse confermato, chiederemo verità e giustizia per un abuso di minore davvero preoccupante. Secondo la norma (art.33 legge 833/78) “ nel corso del trattamento sanitario obbligatorio, l'infermo ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno “. Questi metodi violenti evocherebbero più la deportazione in un campo di concentramento che un ricovero ospedaliero, e rinforzerebbero la nostra convinzione secondo cui la psichiatria non è una disciplina medica.

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