Il ritorno dell'Inquisizione psichiatrica: quando il ricatto si traveste da "consapevolezza"

Infermieri con persona legata da camicia di forza

Le recenti dichiarazioni della AUSL di Reggio Emilia segnano un punto di non ritorno nella narrazione della salute mentale in Italia, formalizzando quella che, spogliata dai tecnicismi, appare come una vera e propria tecnica del ricatto istituzionalizzato.

In un articolo apparso su “il Resto del Carlino” la psichiatria reggiana utilizza l'espressione "recupero della capacità di aderire consapevolmente al trattamento" come requisito per porre fine alla coercizione. Secondo il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, si tratta di un pericoloso scivolamento verso l'annullamento dell'autodeterminazione individuale.

L’eufemismo come strumento di coercizione

Siamo di fronte a una distorsione semantica che nega il diritto al dissenso. Se l'unico modo per essere considerati "consapevoli" è accettare passivamente una terapia farmacologica (spesso debilitante come nel caso dei neurolettici), allora la libertà di cura sancita dalla Costituzione svanisce.

  • La libertà di scelta viene esclusa: Non è contemplata l’ipotesi che un individuo possa consapevolmente preferire la propria complessità emotiva, o i propri sbalzi d'umore, all’appiattimento cognitivo indotto dai farmaci.
  • Il paradosso della volontà: La volontà del paziente è valida solo se coincide con quella del medico. In caso contrario, è per definizione "mancanza di consapevolezza".

Come nei secoli bui: l’autodafé moderno

Il parallelismo con i periodi più oscuri della storia umana è inevitabile. Come ai tempi dell'Inquisizione, il sistema sembra esigere una confessione: per uscire dalla morsa della coercizione, l'individuo deve ammettere la propria "colpa" (la malattia) e accettare il dogma (la cura imposta).

Proprio come l'autodafé trasformava il rogo in un "atto di fede", oggi la sottomissione forzata ai trattamenti viene ribattezzata "adesione consapevole". Si cambia il nome al sopruso per non doverne affrontare l’orrore.

Una deriva inaccettabile

Il CCDU ritiene inaccettabile che un'istituzione sanitaria pubblica tratti il consenso non come un punto di partenza democratico, ma come un premio da ottenere tramite la resa. La psichiatria non può e non deve trasformarsi in un braccio secolare incaricato di uniformare le coscienze, dove il farmaco e il ricatto diventano gli strumenti per "curare" il diritto di dire di no.

Chiediamo con forza che si torni a rimettere al centro la persona e la sua dignità, come previsto da convenzioni internazionali ratificate dall’Italia (la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità) smettendo di nascondere dietro termini rassicuranti una pratica che ha tutto il sapore della punizione per chi osa rivendicare la proprietà del proprio corpo e della propria mente.

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