Scappa dalla comunità. I genitori: abbiamo paura per il figlio più piccolo

Pubblicato Ven. 05/10/2018 - 08:00
Scappa dalla comunità

Ragazzo 15enne della provincia di Mantova scappa da una comunità di Cremona a quasi 100 km di distanza e vuole restare a casa. Pare che l’assistente sociale abbia minacciato i genitori di segnalare l’altro figlio di 4 anni se non lo riportavano subito in comunità.

Mantova. Martedì mattina un ragazzo della Provincia di Mantova è scappato da una comunità di Cremona per tornare a casa viaggiando per oltre 100 chilometri sui mezzi pubblici e mettendosi in pericolo pur di tornare a casa. Già nella giornata di sabato, il ragazzo aveva manifestato l’intenzione di non tornare in comunità e i genitori lo avevano portato dall’assistente sociale che apparentemente lo aveva convinto a rientrare. Ma martedì mattina, invece di andare a scuola, ha preso i mezzi pubblici e si è presentato a casa della mamma rifiutandosi di tornare in comunità.

I genitori hanno subito chiamato la comunità e i servizi sociali per informarli della decisione del figlio e dell’impossibilità di convincerlo a tornare in comunità. Sembrerebbe che l’assistente sociale, invece di fissare un incontro con il ragazzo e i genitori per capire le ragioni del suo gesto e trovare una soluzione condivisa, abbia “minacciato” i genitori di segnalare al Tribunale di Brescia anche il figlio più piccolo di soli 4 anni, che vive e cresce serenamente con i genitori, se non avessero riportato subito il ragazzo in comunità.

La famiglia si è quindi rivolta all’avvocato Francesco Miraglia, conosciuto in Italia per le sue battaglie dalla parte delle famiglie e della tutela dei diritti dei minori.

L’avvocato ha inviato immediatamente una lettera ai servizi sociali per informarli che verrà depositata un’istanza al Tribunale per chiedere la revoca della collocazione in comunità. Inoltre ha chiesto spiegazioni sulla presunta minaccia augurandosi che si trattasse di un malinteso, poiché tale comportamento, data la sua gravità, sarebbe ovviamente passibile di segnalazione all’Ordine e anche alla Procura. L’assistente sociale non ha ancora risposto alla comunicazione.

La famiglia ha contattato anche il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) Onlus, per informarci dell’accaduto e richiedere il nostro intervento.

L’allontanamento non trae origine da maltrattamenti in famiglia, ma delle difficoltà scolastiche e comportamentali del ragazzo. Intervengono i servizi sociali e nel gennaio del 2018, come risulta dal Decreto, l’Assistente sociale scrive che il ragazzo deve essere inserito “in idonea comunità educativa in quanto tutti gli interventi attuati sinora a sua tutela non sono stati sufficienti a garantirgli un percorso di maturazione.” Il Tribunale accoglie le richieste dell’Assistente sociale. Piero (nome di fantasia) viene collocato in una comunità a quasi 100 chilometri di distanza, sradicandolo dalla sua famiglia, dal suo ambiente e dalle sue amicizie, nonostante la contrarietà manifestata da Piero stesso e dai genitori. Inizialmente Piero accetta suo malgrado tale collocazione, ma il suo disaccordo cresce sempre più. Sabato scorso lo aveva anche raccontato all’Assistente sociale che apparentemente non ha ascoltato e compreso fino in fondo la sua volontà e le sue esigenze. Infatti, martedì Piero si è messo in viaggio da solo sui mezzi pubblici ed è tornato a casa.

Secondo Paolo Roat, Responsabile Nazionale Tutela Minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani:

“Questa storia non è un’eccezione.

Riceviamo decine di segnalazioni di ragazzi che scappano dalle comunità perché non condividono il progetto di «aiuto» predisposto dai professionisti della tutela minorile. Spesso questi ragazzi non vengono realmente ascoltati, in violazione delle convenzioni internazionali sui diritti dei fanciulli ratificate dallo Stato.

Per essere efficace un progetto deve essere condiviso dal ragazzo e dalla famiglia, e l’elemento essenziale per ottenere questa condivisione è un ascolto vero. Purtroppo si preferiscono adottare soluzioni di matrice psichiatrica e usare la coercizione, come accade in ambito psichiatrico attraverso il trattamento sanitario obbligatorio.

Un professionista infarcito di formazione psichiatrica è naturalmente portato ad adottare metodi coercitivi: di fronte a sé non ha una persona da ascoltare, ma una “malattia” da curare - con le buone o con le cattive.

Quest’approccio ha dimostrato di non produrre risultati (e non si riesce davvero a capire come un funzionario statale potrebbe crescere un ragazzo meglio dei suoi genitori naturali) ed è ora che i tribunali smettano di accettare acriticamente i pareri di certi esperti.”
 

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