Cannabis come "cura" per il disagio giovanile: un errore metodologico e sociale
La critica degli esperti allo studio PubMed 41503912
Destano forte preoccupazione le conclusioni del recente studio pubblicato su PubMed (ID: 41503912), che propone la somministrazione di cannabis come risposta terapeutica ai cosiddetti "disturbi giovanili". Dietro una parvenza di innovazione medica, si nasconde un approccio che appare scientificamente debole e socialmente pericoloso.
Affermare che la cannabis riduca l'agitazione o il malessere giovanile è di un'ovvietà disarmante. È quasi ironico che la psichiatria senta il bisogno di pubblicare studi per confermare ciò che i giovani sanno perfettamente da decenni: la cannabis induce una calma temporanea. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra una "scoperta" scientifica e la semplice conferma di un effetto sedativo noto.
"Non avevamo certo bisogno di un camice bianco per scoprire che la cannabis facesse stare più 'tranquilli'. Se l'obiettivo della medicina diventa quello di anestetizzare le reazioni al mondo esterno, stiamo confondendo la cura con il silenzio."
Il quesito fondamentale che lo studio ignora è di natura etica. Invece di fornire strumenti critici e resilienza, si propone una "scorciatoia chimica" che rischia di nascondere i problemi del vivere quotidiano sotto un tappeto farmacologico. L'impegno delle istituzioni dovrebbe essere rivolto ad allontanare i giovani dalle sostanze, incoraggiandoli ad affrontare la complessità della realtà, anziché offrire loro una via di fuga autorizzata.
Invitiamo la comunità scientifica e le istituzioni a rigettare la visione riduzionista di questo studio, che tenta di medicalizzare il disagio sociale e relazionale dei giovani dei giovani, e allinearsi con le recenti direttive con le recenti direttive congiunte ONU e OMS e con i principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD che ribadiscono l'urgenza di un definitivo allontanamento dal paradigma puramente psicofarmacologico.
La salute mentale dei giovani non si tutela con la sedazione, ma attraverso risposte umane e mirate alla persona, che rispettino l’autonomia individuale e agiscano sui determinanti sociali. È necessario investire in supporti basati sulla comunità e sui diritti umani, che offrano ascolto e dignità invece di una mera risposta chimica volta a silenziare il sintomo. Il futuro delle nuove generazioni non può essere scritto in una ricetta, ma in un impegno collettivo per una società più inclusiva e meno medicalizzata.