La teoria umanitaria della punizione

C.S. Lewis: La teoria umanitaria della punizione

Tratto dal saggio "The Humanitarian Theory of Punishment" di C.S. Lewis, pubblicato nel 1949 su "The Twentieth Century: an Australian Quarterly Review" 3(3) 5-12

C.S. Lewis fu saggista, scrittore e poeta, e docente di lingua e letteratura inglese all'Università di Oxford, dove divenne amico di J. R. R. Tolkien. È noto al grande pubblico soprattutto come autore del ciclo di romanzi "Le cronache di Narnia".

La teoria umanitaria della punizione
C.S. Lewis

Recentemente in Inghilterra si è sviluppato un dibattito sulla pena capitale. Non so se un assassino abbia più probabilità di pentirsi sulla forca, poche settimane dopo il processo, o nell'infermeria della prigione trent'anni dopo. Non so se la paura di morire sia un deterrente indispensabile. Non devo, per lo scopo di quest'articolo, decidere se sia moralmente ammissibile. Si tratta di questioni che propongo di non toccare. Intendo occuparmi non di pena capitale ma, più in generale, di teoria della punizione; una controversia su cui, in Inghilterra, sembra esserci un accordo universale. Potremmo chiamarla Teoria Umanitaria. I suoi sostenitori dicono sia lieve e benevola. Credo che si sbaglino di grosso: questa presunta Umanità è una pericolosa illusione, e nasconde la possibilità di crudeltà e ingiustizia senza fine. Sostengo il ritorno alla teoria tradizionale (o retributiva), non solo (e nemmeno principalmente) nell'interesse della società, ma nell'interesse del criminale.

Secondo la teoria umanitaria, punire un uomo perché se lo merita, e nella misura in cui se lo merita, è pura vendetta e, in quanto tale, barbaro e immorale. La punizione, si sostiene, è legittimata solo dal desiderio di scoraggiare gli altri e riabilitare il criminale. Sempre più spesso questa teoria viene abbinata al credo secondo cui il crimine sia più o meno patologico: la riabilitazione diventa guarigione, e la punizione diventa terapeutica. Siamo passati da un concetto duro e moralista di dare ai cattivi ciò che meritano, al concetto caritatevole e illuminato di guarire la malattia mentale. Cosa ci sarebbe di più ammirevole? Questa teoria dà per scontato un dettaglio che, invece, dovrebbe essere reso esplicito. Le azioni intraprese sul criminale, anche quando vengano chiamate "cure", saranno altrettanto obbligatorie quanto lo erano ai vecchi tempi, quando le si chiamava punizioni. Se la tendenza al furto può essere curata dalla psichiatria, il ladro verrà senza dubbio obbligato a ricevere il trattamento. Altrimenti la società non potrebbe continuare.

Questa dottrina, per quanto appaia benevola, significa in realtà che ognuno di noi, dal momento in cui infrange la legge, perde i suoi diritti in quanto essere umano. Ne spiego le ragioni.
La Teoria Umanitaria rimuove il concetto di "meritatezza" (vieni punito perché te lo meriti) che, invece, è il solo legame tra "giustizia" e punizione. Una sentenza può essere giusta o no solo secondo il criterio di meritatezza o immeritatezza. A una cura invece, non chiediamo di essere "giusta" ma di funzionare. In maniera simile, non chiediamo a un deterrente di essere "giusto", ma efficace nel deterrere. Per questo, quando smettiamo di considerare cosa il criminale si meriti, per considerare invece cosa lo curerà, o scoraggerà altri, lo rimuoviamo tacitamente dalla sfera della giustizia: non è più persona, titolare di diritti umani, ma mero oggetto, paziente, "caso".

La differenza risalta immediatamente se ci domandiamo chi sarà deputato a decidere le sentenze quando queste ultime non abbiano alcun legame con ciò che il criminale si merita. Secondo il metodo tradizionale si trattava di un problema squisitamente morale. Il giudice, di conseguenza, era una persona istruita sui temi della giurisprudenza, la dottrina dei diritti e dei doveri che, in origine, s'ispirava consapevolmente alle leggi della Natura e alle Scritture. Oggi il codice penale ha superato questi concetti religiosi, essendo stato modificato dai tempi, ma conserva un aspetto fondamentale: rimane sotto il controllo della coscienza sociale. Infatti, quando nell'Inghilterra del diciottesimo secolo le pene previste stridevano in maniera esagerata con l'idea morale della società, le giurie si rifiutavano di infliggerle e proponevano sentenze riformatrici. Questo è possibile solo se pensiamo in termini di meritatezza, una questione di carattere morale su cui ogni persona ha diritto a un'opinione, non perché istruito in una particolare professione, ma semplicemente in quanto essere umano ispirato dalla Luce Naturale. Tutto ciò svanisce quando abbandoniamo il criterio di meritatezza.

Oggi, una pena viene valutata solo in base alla sua capacità di curare il criminale e scoraggiare altri. Ma queste non sono faccende su cui ognuno, per il solo fatto di essere uomo, possa avere un'opinione. E non ne avrebbe diritto nemmeno se fosse laureato in legge. Perché non si tratta di questioni di principio, ma dati di fatto, per i quali vale solo il riscontro degli esperti. Solo l'esperto 'penologo' (diamo nomi barbari alle cose barbare) potrà dirci, sulla base di esperimenti precedenti, se la pena sarà un deterrente per gli altri. E solo lo psichiatra potrà dirci se sarà una cura efficace. Sarà inutile, per noi, contestare una sentenza che fosse atrocemente ingiusta o sproporzionata o immeritata. L'esperto risponderà "Ma noi non parliamo di meritatezza. Non parliamo di punizione nel senso arcaico e vendicativo del termine. Ecco le statistiche: dimostrano come questo trattamento scoraggia; ed ecco le prove della sua efficacia terapeutica. Qual è il tuo problema?".

La teoria umanitaria, dunque, toglie le sentenze dalle mani del giurista, soggetto a critica da parte della coscienza pubblica, e la ripone in quelle di esperti la cui formazione non include nemmeno le categorie di Diritto o Giustizia. Se - si potrebbe argomentare - questo trasferimento di competenza risulta dall'abbandono del vecchio concetto di pena vendicativa, dovrebbe essere giusto lasciare i criminali nelle mani di questi esperti. Non intendo qui soffermarmi semplicisticamente sulla fallacia umana implicita in una tale visione. Ricordiamoci solo che la "cura" del criminale sarà obbligatoria, e cerchiamo di capire come le cose funzionerebbero secondo la visione umanitaria. L'idea di questo saggio mi à venuta leggendo un articolo su una rivista settimanale. L'autore chiedeva che un certo peccato, ora trattato dalla nostra legge come crimine, venga invece considerato malattia. Lamentava come il colpevole dovesse passare un certo periodo in gattabuia per essere poi reinserito nel suo ambiente, in cui avrebbe certamente avuto una ricaduta. Ciò di cui si lamentava non era l'incarcerazione, ma la scarcerazione. Secondo la visione curativa della pena, il colpevole dovrebbe rimanere in detenzione sino al raggiungimento dello scopo terapeutico, e solo gli esperti possono dire quando ciò sia avvenuto. Il primo risultato della Teoria Umanitaria è, dunque, la sostituzione di una sentenza certa (che in qualche modo riflette il giudizio comune di meritatezza per quel crimine) con una indefinita, terminabile solo secondo il parere di quegli esperti che l'hanno inflitta. Chi di noi, nei suoi panni, non preferirebbe essere giudicato col vecchio sistema?

Il ripetuto uso della parola "punizione" e del verbo "infliggere" potrebbe apparire fuorviante, in quanto gli Umanitari non puniscono e non infliggono, ma si limitano a curare. Ma non facciamoci ingannare da un nome. L'essere rimosso contro il mio volere dalla mia casa e dai miei amici, il perdere la libertà, il dover sopportare gli attacchi alla mia personalità imposti dalla moderna psichiatria, il doversi conformare a modelli di "normalità" definiti in qualche laboratorio viennese, modelli ai quali non ho mai professato di volermi ispirare, il sapere che questa procedura non finirà fino a quando i miei rapitori non siano riusciti nel loro intento o io non sia diventato abbastanza furbo da farglielo credere, cosa importa se la si chiami punizione o no? Include, ovviamente, tutti gli elementi per cui le punizioni sono temute: vergogna, esilio, contenzione, e il tempo consumato in detenzione. Solo un reato gravissimo potrebbe fare meritare tutto ciò, ma la meritatezza è proprio il criterio che l'Umanitario ha gettato a mare.

La nuova teoria si rivela ancora più allarmante se guardiamo, oltre all'aspetto curativo, quello deterrente. Quando punisci una persona perché serva da esempio agli altri, stai ovviamente usandolo per uno scopo (lo scopo di qualcun altro), cosa, di per sé, è piuttosto malvagia. Secondo la vecchia teoria della punizione, questo era giustificato perché la persona "se lo meritava" - e il fatto doveva essere accertato, prima di ogni considerazione circa il "farne un esempio per gli altri". In pratica, come si dice, prendevi due piccioni con una fava: nel dargli ciò che si meritava, ne facevi anche un deterrente per gli altri. Perché, in nome di Dio, dovrei essere sacrificato per il bene della società? Salvo che, ovviamente, non me lo sia meritato. Ma questo non è l'aspetto peggiore. Se il razionale per la punizione esemplare non è basato sulla meritatezza, ma sull'efficacia come deterrente, non è necessario punire un criminale: è sufficiente punire chiunque, a condizione che il pubblico lo creda colpevole. La punizione di un colpevole non avrà affetto deterrente se la gente lo ritiene innocente. Viceversa, la punizione di un innocente avrà effetto deterrente se la gente lo ritiene colpevole. Gli Stati moderni hanno il potere di truccare un processo. Quando ci fosse urgente bisogno di una vittima per una pena esemplare e non si trovasse il colpevole, l'effetto deterrente potrebbe essere ottenuto altrettanto bene punendo ("curando", se preferite) un innocente: è sufficiente che l'opinione pubblica lo ritenga colpevole. La punizione di un innocente è riprovevole solo dal punto di vista tradizionale, secondo cui una pena deve essere meritata. Una volta abbandonato quel criterio, le punizioni devono essere giustificate in maniera diversa. Quando la punizione di un innocente potesse essere giustificata in base al criterio di deterrenza, non sarebbe meno morale di qualsiasi altra punizione. Se questo fa storcere la bocca agli Umanitari, è per i rimasugli della vecchia teoria che ancora albergano nelle loro coscienze.

Ritengo importante puntualizzare una cosa: finora, le mie argomentazioni non hanno previsto alcun intendo malvagio da parte dell'Umanitario; mi sono limitato a esplorare le conseguenze logiche di una tale dottrina. La Teoria Umanitaria, sostengo, quando venga applicata da brave persone - non da persone malintenzionate - le fa agire con la crudeltà e l'ingiustizia dei tiranni, in qualche caso persino peggiore. Fra tutte le tirannie, una tirannia esercitata in maniera sincera per il bene della vittima sarebbe la più oppressiva. Potrebbe essere meglio essere governati da ladri, che trovarsi sotto il dominio di ficcanaso moralisti onnipotenti. La crudeltà del tiranno ladrone potrebbe in qualche caso allentarsi, o la sua cupidità saziarsi; ma chi ci tormenta per il nostro bene non smetterà mai, perché lo fa con l'approvazione della sua coscienza. Probabilmente finiranno in Paradiso, ma di certo faranno della Terra un Inferno. La loro stessa gentilezza ci colpisce come un insulto intollerabile. L'essere curati contro la propria volontà, e curati per giunta per degli stati d'essere che non riteniamo essere malattie, ci mette sullo stesso livello di chi non abbia ancora raggiunto l'età della ragione o non la raggiungerà mai; trattati come bambini, imbecilli o animali domestici. Viceversa, l'essere puniti - anche con severità - perché ce lo siamo meritati o perché "avremmo dovuto saperlo" significa essere trattati da persone umane, fatte a immagine di Dio.

In realtà, tuttavia, dobbiamo ammettere la possibilità di avere governanti cattivi, armati di Teoria Umanitaria della Punizione. Uno schema politico valido dovrebbe consentirci di vivere il meglio possibile anche sotto la guida di governanti imperfetti, e a volte perfidi e folli. E la teoria umanitaria mette nelle mani dei governanti perfidi l'arma più potente mai avuta a disposizione dai più malvagi tiranni. Perché se crimine e malattia sono la stessa cosa, allora qualsiasi stato mentale che i nostri tiranni scelgano di chiamare "malattia" può essere trattata come un crimine, e curata in maniera obbligatoria. Invano sosterremo come lo stato mentale sgradito al governo non sia di danno a nessuno e non giustifichi la privazione di libertà, perché i tiranni non useranno i concetti di meritatezza e punizione, ma quelli di malattia e cura. Alcune scuole di psicologia già considerano la religione come nevrosi. Quando questa particolare nevrosi diverrà scomoda per il governo, niente potrà impedir loro di curarci. E la cura sarà sicuramente obbligatoria, ma non sarà chiamata "persecuzione". Infatti nessuno incolperà i Cristiani o li sommergerà con una campagna di odio. Nemmeno verranno insultati. Il nuovo Nerone si avvicinerà col camice da dottore e, sebbene la cura sarà tanto obbligatoria quanto la tunica molesta, avverrà in un'imperturbabile sfera terapeutica, in cui le parole "diritto" "torto" "libertà" e "schiavitù" non vengono mai pronunciate. Quando verrà impartito l'ordine, i più noti Cristiani spariranno nottetempo, e verranno rinchiusi in cliniche per la riabilitazione di malati ideologici, per uscirne quando (e se) lo vorrà il loro carceriere. E non si tratterà di persecuzione. Nemmeno se il trattamento sarà doloroso, o se durerà tutta la vita, o se sarà fatale: questi saranno solo spiacevoli effetti collaterali - l'intento era solo terapeutico. In medicina si praticano operazioni dolorose e a volte fatali. E siccome si tratta di cure, non punizioni, possono essere criticate solo da esperti colleghi, e solo su base tecnica - mai da un uomo in quanto uomo e su criteri di giustizia.

Questi sono i motivi per cui è essenziale opporsi alla Teoria Umanitaria delle Punizione ovunque la s'incontri. La facciata d'indulgenza dietro di cui si nasconde è completamente falsa, motivo per cui inganna molti uomini di buona volontà. L'atto fondamentale dell'indulgenza è il perdono che, nella sua essenza, presuppone il riconoscimento del torto e della meritatezza di pena in chi la riceve. Se il crimine è solo malattia, soggetto a cura anziché a punizione, non può essere perdonato. Come fai a perdonare un uomo per avere un ascesso gengivale o una malformazione al piede? Ma la Teoria Umanitaria pretende solo di abolire la giustizia e sostituirla con l'indulgenza. All'inizio ti comporti gentilmente con le persone, prima di avere definito i loro diritti, e poi le obblighi ad accettare la tua presunta gentilezza (che, invece, dovrebbe poter rifiutare) - una gentilezza riconosciuta come tale solo da te, mentre il malcapitato la percepirà solo come abominevole crudeltà.

Un'ultima parola. Potreste chiedervi perché abbia spedito questo saggio a un periodico australiano. La ragione è semplice e forse vale la pena riferirla: non posso essere processato in Inghilterra per averlo scritto.